I dati mobile si sono dimostrati una risorsa per le aziende, che però non riescono a sfruttarne appieno il potenziale.

 

Gli specialisti del web marketing hanno sempre trovato un grande alleato nei Big Data, informazioni estrapolate dai vari canali e con le quali migliorare le strategie di business. Poi, con l’avvento di smartphone e tablet, il mondo digitale è diventato “mobile first” e le aziende hanno giustamente cominciato a modificare i propri piani in base ai dati relativi registrati dai dispositivi mobili. Con enormi benefici.

 

A confermare l’utilità dei dati mobile sono stati 300 senior marketer intervistati durante una ricerca di RadiumOne: per l’80%, l’arrivo del mobile ha ampliato notevolmente la quantità delle informazioni utili per migliorare l’esperienza dei consumatori.

 

La crescita esponenziale dell’utilizzo del mobile.

 

L’apporto dei dati mobile

 

Ma quali sono nello specifico i segnali utili che si possono trarre dai dati mobile? Secondo il report, le aziende possono migliorare la visibilità tra gli utenti analizzando:

  • La condivisione di materiale dalle app (29%)
  • Il traffico sulla versione mobile del proprio sito (28%)
  • Le installazioni delle app (27%)

 

Altri dati interessanti riguardano il feedback diretto da parte dei dispositivi. All’interno di questo insieme, le informazioni più utili riguardano:

  • Il salvataggio di contenuti tra i preferiti (35%)
  • L’acquisizione di dati (38%)
  • La geolocalizzazione (35%)

 

Si direbbe quindi che i dati mobile siano un’ottima risorsa. Tuttavia c’è un problema nel loro utilizzo: le aziende non sanno come convertirli.

 

La difficoltà per le aziende

 

Pur avendo a disposizione un enorme quantità di informazioni, feedback e segnali, circa il 60% dei professionisti ammette di non riuscire ad individuare le informazioni cruciali nel percorso degli utenti, mentre il 61% afferma di non essere in grado di trovare nuove utenze remunerative.

 

Un problema, questo, che sembra toccare anche uno dei campi principali del mobile, ossia il remarketing: il 58%, infatti, pensa che le proprie azioni per spingere gli utenti a interagire di nuovo non siano sufficienti, così come il 50% ha dei dubbi sulla possibilità di riuscire a coinvolgere nuovi clienti o a riprendere quelli persi.

 

Una situazione paradossale, che vede le aziende disporre di un grande potenziale, ma non dei mezzi per sfruttarlo. Cosa serve quindi per poter trasformare in risultati concreti queste nuove informazioni? La risposta prova a darla Bill Lonergan, CEO di RadiumOne: per risolvere la scarsa fiducia nelle capacità di conversione, servono strumenti per l’identificazione delle intenzioni e del comportamento degli utenti, così come per la realizzazione di previsioni e analisi accurate.

 

Alcuni servizi (Google Analytics su tutti) permettono già di ottenere dati qualche informazione sul comportamento degli utenti che navigano dai dispositivi mobili, ma si è ancora lontani da una lettura simile a quella che si può fare degli accessi da desktop.